martedì 22 giugno 2010

Quartiere Sociale e il WOSonOST


E’ una vera e propria diatriba quella che è venuta a crearsi a Quarto d’Altino tra l’amministrazione del nostro piccolo Comune e la cittadinanza stessa. A fare da pomo della discordia è l’area riconosciuta dalla gente con il nome di “giardinetti”, una porzione di verde di circa 11 mila metri quadri, delimitata dai quartieri residenziali, il Palazzetto dello sport, una pista di pattinaggio e le scuole elementari. L’acceso dibattito è scaturito dalla decisione dell’amministrazione di inserire l’edificio del Palazzetto dello sport nella lista dei beni alienabili del Comune, con possibilità di realizzare un nuovo piano di lottizzazione privata al fine di ricavarne dalla vendita i fondi per costruire nuove strutture sportive in periferia. L’opposizione dei cittadini si è manifestata con una raccolta firme contro il provvedimento, ottenendo come risultato una situazione di stallo e di insoddisfazione generale fomentata, come spesso accade nelle più svariate realtà, da una totale assenza di dialogo e collaborazione. Ed è proprio in questa lacuna che noi abbiamo pensato di gettare fondamenta concrete per costruire la nostra idea di “Quartiere Sociale”.
Ma di cosa stiamo parlando? Il progetto “Quartiere Sociale” nasce dalla fusione di inclinazioni e competenze progettuali, sociali, democratiche, architettoniche e urbane arricchite dal fortunato quanto ispirato incontro con i compaesani Mirko Visentin e Giorgia Tesser, l’uno book graphic e web designer attivissimo a livello locale e fervente promotore di politiche di associazionismo giovanile, l’altra laureanda in Architettura per la città allo IUAV, anche loro come noi desiderosi di mettersi in gioco professionalmente per tentare di far convogliare le energie dei cittadini e dell’amministrazione in un unico flusso, collaborativo e costruttivo.
L’obiettivo del nostro progetto consiste nel raccogliere le esigenze del paese, assecondare le necessità, rompere i vecchi schemi dicotomici sospinti dalla convinzione che un atteggiamento positivo volto alla collaborazione sia l’unica strada per realizzare in modo innovativo grandi cambiamenti anche in un comune piccolo come il nostro.
Ma quale percorso seguire? Quale tecnica applicare per ottenere un processo più inclusivo e democratico possibile? La risposta più completa a queste domande si è rivelata la "progettazione partecipata". Abbiamo cercato di approfondire l'argomento con varie ricerche; di grande aiuto ci è stato "Marrai a Fura", un sito dedicato alla sostenibilità e alla partecipazione. Oltre a una serie di links e articoli molto interessanti, proprio qui siamo venute a conoscenza che a Berlino si sarebbe svolto un evento internazionale che ha suscitato in noi una gran curiosità: il Word Open Space on Open Space (WOSonOS), ossia l'incontro mondiale della comunità che lavora con l'Open Space Technology (OST). Prese dall'entusiasmo e dalla voglia di approfondire una metodologia che a quanto pare si dimostra tra le più efficaci nel campo della partecipazione, l’11 maggio scorso siamo quindi partite alla volta di Berlino!
L'OST è un metodo per gestire incontri, conferenze, convegni, gruppi di lavoro e laboratori di progettazione partecipata. La tecnica si basa sull'auto-organizzazione e lascia ogni partecipante libero di proporre argomenti e di discutere ciò che ritiene più importante rispetto al tema dell'incontro, in un clima piacevole e senza annoiarsi.
Durante i tre giorni di Open Space abbiamo avuto anche noi l'occasione di proporre il nostro tema di discussione (Urban Social Lab) raccogliendo così una serie di informazioni, suggerimenti e raccomandazioni molto utili ed interessanti da poter quindi applicare in quello che poi sarebbe diventato il nostro "Quartiere Sociale". Nonostante questo fosse il nostro primo incontro con l'OST, grazie al clima rilassato stile coffee break, nel confronto e nella discussione con facilitatori e rappresentanti di associazioni professionisti non abbiamo incontrato difficoltà, tutto si è svolto in modo spontaneo, diretto e sereno. Anche se durante una singola discussione non è necessaria la presenza di relatori e di programmi predefiniti, l'assenza di procedure e di una struttura predefinita è in realtà solo apparente; l'OST infatti è un sistema per gestire riunioni ed organizzazioni fortemente strutturato, ma che utilizza procedure così naturali e congeniali al modo di lavorare dell'uomo da non essere nemmeno notate, così il processo diventa molto più semplice producendo comunque risultati efficaci.
Ci ha fortemente impressionato notare come con l'utilizzo di strumenti molto semplici sia possibile ottenere risultati chiari e arrivare facilmente al nocciolo della questione. Abbiamo subito pensato che qualche sedia disposta a cerchio, un pennarello e dei post-it colorati, avrebbero potuto rappresentare un sistema di comunicazione innovativo e coinvolgente anche per la comunità di Quarto d'Altino, quindi ci auguriamo sia possibile sperimentare questi strumenti anche con "Quartiere Sociale".

Sara Rossi e Caterina Pagnin (22 maggio 2010)

altre info su: www.quartieresociale.it

lunedì 22 marzo 2010

COOPERANTE.IT


Questa risorsa è rivolta ai professionisti della lavorano nella cooperazione internazionale allo sviluppo e negli aiuti umanitari, a chi si sta formando per questa carriera e a tutti coloro che sono interessati a questo soggetto. Su Cooperante.it potrai trovare:

* Articoli - una vasta collezioni di articoli, scritti da esperti nei vari settori della cooperazione internazionale, con possibilità di commento e dialogo da parte degli utenti.
* Toolbox - una biblioteca "annotata" e con funzioni di ricerca, contenente una miniera di documenti di riferimento per l'assistenza umanitaria e l'aiuto allo sviluppo.
* Pubblicazioni - editoria elettronica, ossia manuali in formato .pdf come "Ideali e Carriera - Un lavoro nella cooperazione internazionale" e "Nell'emergenza - Teoria e pratica degli aiuti umanitari".
* Forum - il forum di discussione della comunità, diviso per argomenti, dove scambiare idee, opinioni, esperienze e dove chiedere consigli.
* Formazione - calendario e descrizione di corsi brevi di formazione in Italia e all'estero; descrizione dei corsi di laura/masters in Italia ed all'estero.
* Lavoro - un'ampia sezione di collegamento a tutti gli annunci di vacanza di posto nel mondo della cooperazione internazionale ed, in futuro, gli annunci delle ONG italiane in esclusiva.
* ONG Italiane - la "vetrina" delle ONG Italiane, con presentazioni ed un database con funzioni di ricerca.
* Dal Terreno - i blog dei cooperanti in missione, per vivere "in diretta" l'esperienza della cooperazione.
* Pagine Personali - la "vetrina" dei membri della comunità: un database specializzato con elaborate funzioni di ricerca a disposizione delle organizzazioni che cercano personale.
* Contatti - tutti i riferimenti per contattare Cooperante.it

FONTE: http://www.cooperante.it/

lunedì 22 febbraio 2010

OS-House



Open Source House (OS-House) is a non-profit organization that aims to provide better, more sustainable housing in low-income countries. 8 Design principles are utilized by OS-House to guarantee standards of sustainability, and meet the challenge of flexibility, ensuring that all designs can be locally embedded.
Open Source House is an initiative of Vincent van der Meulen and Enviu. Together they are making this project happen. With Open Source House we want to attain our objectives by:
  • Actively involve enthusiastic young people
  • Supplying a platform that shares drawings and construction information in an open source way
  • Inspire people, corporations and construction companies worldwide to contribute to the OShouse concept and develop sustainable housing

FONTE: http://www.os-house.org/english/os-house/

mercoledì 27 gennaio 2010

Pagine Gialle dell'Educazione allo Sviluppo

Le “Pagine Gialle dell’Educazione allo Sviluppo” è parte di una programma per la realizzazione del primo Portale italiano dedicato alla Cooperazione allo Sviluppo e curato dall’Associazione Italiana delle ONG, dal COSV, dall’ICEI, dal VIS e da UNIMONDO.
“Pagine Gialle” si propone come un servizio della Rete per offrire agli utenti informazioni e indicazioni per la ricerca e il reperimento di risorse internet su argomenti legati allo sviluppo, alla solidarietà internazionale, alla cooperazione e alla educazione allo sviluppo e più in generale ai rapporti tra Nord e Sud del Mondo. “Pagine Gialle dell’Educazione allo Sviluppo” è una guida ragionata alla navigazione virtuale dentro i migliori siti web italiani e non, dedicata a ad aree tematiche centrali nel dibattito che si muove intorno all’Educazione allo Sviluppo e alla Mondialità. Le aree tematiche sono: Diritti Umani, Tutela dell’Ambiente, Economia dello Sviluppo e Globalizzazione, Pace e Prevenzione dei Conflitti. Per ciascuna di queste aree tematiche sono stati individuati e selezionati circa 50 siti per un totale di oltre 200 siti, proposti attraverso esaurienti schede di presentazione. Ogni scheda è corredata da specifiche voci che forniscono all’utente, seppur sinteticamente, tutte le informazioni relative al sito preso in esame.

FONTE: http://win.cosv.org/paginegialle/pagineint.asp

domenica 24 gennaio 2010

Design like you give a damn


The greatest humanitarian challenge we face today is that of providing shelter. Currently one in seven people lives in a slum or refugee camp, and more than three billion people—nearly half the world's population—do not have access to clean water or adequate sanitation. The physical design of our homes, neighborhoods, and communities shapes every aspect of our lives. Yet too often architects are desperately needed in the places where they can least be afforded.

Edited by Architecture for Humanity, Design Like You Give a Damn is a compendium of innovative projects from around the world that demonstrate the power of design to improve lives. The first book to bring the best of humanitarian architecture and design to the printed page, Design Like You Give a Damn offers a history of the movement toward socially conscious design and showcases more than 80 contemporary solutions to such urgent needs as basic shelter, health care, education, and access to clean water, energy, and sanitation. Featured projects include some sponsored by Architecture for Humanity as well as many others undertaken independently, often against great odds.
Design Like You Give a Damn is an indispensable resource for designers and humanitarian organizations charged with rebuilding after disaster and engaged in the search for sustainable development. It is also a call to action to anyone committed to building a better world.
FONTE: http://designlikeyougiveadamn.architectureforhumanity.org/

venerdì 22 gennaio 2010

L'estetica del design nei luoghi delle catastrofi


Cameron Sinclair è il fondatore, insieme a Kate Stohr, di Architecture for Humanity, una organizzazione che offre soluzioni architettoniche per le grandi crisi umanitarie. In meno di un decennio ha trasformato la sua passione per il design social-oriented in una gigantesca rete di professionisti e istituzioni in grado di convogliare progetti a grande e piccola scala per qualunque genere di emergenza. Dalla guerra del Kosovo in poi Sinclair ha attraversato quasi tutte le peggiori catastrofi mondiali: si è occupato dell'Aids in Africa, dell'11 settembre, del terremoto di Bam, dello tsunami, dell'uragano Katrina a New Orleans, del terremoto nel Kashmir. Le case provvisorie, gli ospedali mobili, le scuole, i depuratori per l'acqua, le latrine a secco progettati da decine di designer internazionali sono pubblicati in un libro Thames & Hudson del 2006, Design Like You Give a Damn (a cura di Architecture for Humanity, 34 euro), diventato nel giro di pochi mesi un oggetto di culto per gli appassionati del low-tech, del design auto-organizzato e dell'architettura sostenibile. Molto più giovane di quanto questa sequenza di impegni lascerebbe immaginare, Cameron Sinclair ha appena trentatre anni e gli si deve il fatto di avere immesso nel circuito dell'assistenza umanitaria alcune tra le forme più raffinate della cultura del design contemporaneo, senza mai abbandonare un atteggiamento deliberatamente anti-intellettuale.
Lo abbiamo incontrato nell'ambito del ciclo di incontri La cultura delle emergenze, a Milano.

Ci può raccontare, intanto, come è nata la struttura che avete poi chiamato «Architecture for Humanity»?
Finita l'università ero immediatamente entrato in uno studio di architettura dove avevo la possibilità di progettare oggetti di buon livello, prevalentemente spazi commerciali, e tuttavia la loro futilità mi procurava una enorme frustrazione. Volevo disegnare edifici che rispondessero alle necessità reali delle persone, e ero attratto in particolare dal design a scopi umanitari; ma mi resi ben presto conto che nessuno se ne occupava. La prima idea che ho cercato di realizzare è stata quella di costruire abitazioni transitorie per i profughi tornati in Kosovo, in attesa di che venissero ricostruite le loro case. Decisi di organizzare un concorso e arrivarono più di duecento progetti da trenta paesi diversi, tra cui la Serbia: un successo straordinario. In quel caso non riuscimmo a costruire le case e i soldi raccolti vennero spesi in altri generi di aiuti, ma da allora, era il 1999, con Kate Stohr avviai «Architecture for Humanity». Il progetto successivo riguardò la realizzazione di ospedali mobili per monitorare e arginare la diffusione dell'Aids in Africa, e curare malati che non potevano raggiungere le strutture sanitarie esistenti; fu allora che ci rendemmo conto del fatto che oltre a procurare le idee dovevamo controllare la parte finanziaria dell'operazione. Da allora siamo stati chiamati in tutto il mondo a intervenire in innumerevoli situazioni di crisi.

Vi capita ancora di assumervi l'iniziativa di agire in un determinato luogo o in una certa situazione, oppure vi limitate ormai a rispondere alle richieste che vi arrivano?

Ormai possiamo fare altro che selezionare le richieste, perché ne riceviamo un numero dieci volte superiore a quelle che siamo in grado di soddisfare. Superata la diffidenza verso una architettura percepita come un inutile surplus estetico, ci si è accorti che anche nell'emergenza il buon design può comportare differenze molto apprezzabili.

E quali criteri utilizzate per la selezione delle richieste di aiuto?

Le condizioni per costruire un'esperienza positiva sono quattro, come le gambe di un tavolo: prima di tutto è fondamentale scegliere progettisti che abbiano realmente il tempo e la voglia di seguire il processo fino in fondo. Coinvolgere architetti troppo in vista, anche se bene intenzionati, può rivelarsi un errore fatale. Naturalmente, conta moltissimo l'atteggiamento più o meno cooperativo della comunità destinata a usufruire del progetto. Contano, poi, la reperibilità dei fondi e un meccanismo di coordinamento efficiente.

Quando siete chiamati a risolvere un problema, come procedete alla messa a fuoco dell'oggetto da progettare e
delle caratteristiche che gli sono necessarie?
In generale il primo accorgimento consiste nel coinvolgere il maggior numero di persone estranee al mondo dell'architettura: medici, scienziati, professionisti, persone comuni. In questo modo si evita di appiattirsi sulle questioni di stile. I criteri variano a seconda delle situazioni, ma oltre alle valutazioni tecnico-scientifiche assumono grande rilievo gli aspetti economici, e non è detto che si debba a ogni costo risparmiare, perché può essere più interessante - per esempio - una soluzione che apra la possibilità di generare profitti per la comunità. Un singolo problema, come la scarsità d'acqua, può essere affrontato dal punto di vista del trasporto minuto, del filtraggio, della raccolta, del riciclo, della questione igienica a seconda della convenienza rispetto al luogo: per ognuno di questi problemi il design ha elaborato soluzioni ingegnose. Una di queste è l'«Hippo Water Roller», un bidone di plastica con un maniglione che permette, rotolando, di trasportare novanta litri d'acqua come se pesassero dieci chili; un'altra è il «Watercone», un piccolo dissalatore da due litri al giorno, e un altro ancora è la toilette di cartone. Inoltre, è molto importante che la giuria chiamata a scegliere sia formata almeno per il cinquanta per cento dai destinatari del progetto.

Riuscite a seguire l'evoluzione di questi progetti anche dopo le prime fasi dell'emergenza o generalmente il vostro compito si esaurisce con la loro realizzazione?

Cerchiamo in tutti i modi di creare rapporti duraturi. Non perché intendiamo esercitare un controllo o una manutenzione rigorosa su quanto abbiamo costruito, ma perché sarebbe un grave errore pensare che la prima soluzione adottata fosse anche quella definitiva. Se quella che era stata disegnata come una scuola diventa una biblioteca non c'è niente di male. Il nostro obiettivo è proprio quello di perfezionare l'adattabilità dei progetti alla complessità delle specifiche condizioni spaziali e temporali: uno dei principi inderogabili di «Architecture for Humanity» è il rifiuto delle fallimentari soluzioni standardizzate che hanno dominato i luoghi delle catastrofi, dal dopoguerra in poi.

Dalle sue parole sembra quasi che i network creati da «Architecture for Humanity»

rappresentino una opportunità di sperimentazione eccezionale più per gli architetti e per i designer che per gli stessi destinatari dei progetti...
Posto che i vantaggi per le comunità cui sono destinati i progetti sono indubbi, gli
architetti ne traggono insegnamenti che nessuna università potrebbe mai dare loro: per esempio, imparano come mettersi in relazione con le persone. Per costruire un rapporto produttivo bisogna dimostrare di non corrispondere allo stereotipo radical-chic del designer, e allo stesso tempo evitare di proporsi come paladini dei diritti umani; nonché deporre l'idea del design come prodotto esclusivo del talento e della cultura personale.

Nel libro «Design Like You Give a Damn» sono documentati progetti e ricerche talmente diversi tra loro che a volte si ha la sensazione di non comprendere il quadro di riferimento. Cosa hanno in comune, ad esempio, le «Paper Log Houses» di Shigeru Ban, i rifugi temporanei pensati per il terremoto di Kobe, o la ricerca «Shrinking Cities» di Philippe Oswalt?

Il terreno comune è il valore sociale della ricerca. Mobilitiamo idee e progetti che attingono a campi del design e dell'architettura - low tech, auto-organizzazione, sostenibile, risparmio delle risorse - contigui ma molto eterogenei, spesso in contrasto tra loro. Non abbiamo alcun interesse a privilegiare un orientamento rispetto a un altro, cerchiamo di mantenere la massima apertura.

La specializzazione in disastri umanitari, che da un lato garantisce il valore etico dei vostri progetti, non costituisce d'altro canto anche un limite? Non è deprimente arrivare sempre dopo? Essere destinati solo a riparare?

Sì, ma si tratta di una scelta quasi obbligata. Nessuno vuole investire nella prevenzione. Sono le grandi ondate emotive che seguono le catastrofi a mobilitare le energie, il denaro, il potere necessario a fare partire le idee, e spesso neanche quelle sono sufficienti. Prendiamo il caso di New Orleans: il rischio di inondazione era noto, e nonostante questo non si è voluto prevenirla. Il tasso di povertà degli abitanti era inammissibile per una città degli Stati Uniti, nessuno si era reso conto di quanta gente potesse essere esposta alla rovina totale dall'uragano
Katrina. Il risultato è noto: nessuno ha capito bene come reagire ed è stato uno sfacelo, uno spreco di risorse e vite umane.

Ma in quel caso siete riusciti a fare qualcosa? Sembra abbia prevalso una linea di intervento molto lontana dalvostro spirito.

Da quell'esperienza, in particolare, ho imparato che i politici hanno soprattutto bisogno che vengano fornite loro della soluzioni, ed è quel che noi in quanto architetti facciamo. D'altra parte, mentre noi coltiviamo in via del tutto marginale le nostre ipotesi, la ricostruzione di New Orleans sta prendendo la forma di un sobborgo per ricchi. Ma senza alcun piano, il che è ancora peggio. Non si può parlare di complotto proprio perché è assente ogni strategia.

In che misura secondo lei questo fenomeno è frutto di incompetenza, piuttosto che di un uso strumentale della paura?

I due elementi sono indissociabili. Molti governi sono realmente impreparati e, paradossalmente, il mix di autoritarismo e irresponsabilità che muove le loro politiche contribuisce fortemente ad aumentare le possibilità di destabilizzazione del potere costituito. Se oggi una persona su sei vive negli slum, entro il 2020 la proporzione salirà fino a uno a tre: un terzo dell'umanità ammassato in luoghi che sono di per sé catastrofi permanenti. Ogni volta che un incendio, un terremoto o qualche altra calamità del tutto prevedibile fa strage in una favela, la polveriera rischia di esplodere trascinando con sé l'intero sistema. La cosa strana è che in questo settore, almeno apparentemente, le esperienze positive non lasciano traccia, dunque si deve sempre ricominciare da zero. Pochissimi conoscono l'eccezionale dinamismo di Fred Cuny, che ha lavorato senza sosta su questi temi
dal 1970, in Biafra, fino alla sua morte in Cecenia nel 1995, accumulando competenze di importanza strategica. Eppure Fred ha scritto più di un libro per documentarle. Vorrei in tempi brevissimi creare una rete open source, che metta a disposizione questi materiali, affinché diventino un punto di riferimento imprescindibile.

Negli ambienti più radicali, sia del design che della politica, viene messo continuamente in questione il dogma secondo il quale il design dovrebbe rispondere a delle necessità; e, viceversa, chi è riguardato da necessità primarie dovrebbe potersi giovarsi dell'apporto del design. Qual è la sua posizione?

Penso che i più critici sono spesso quelli che lavorano meno. Comunque, la nostra organizzazione non è un think-tank, non teniamo lectures sui nostri progetti, li ideiamo e basta. Se si passa troppo tempo a preoccuparsi, si rischia la paralisi.


FONTE: http://www.ilmanifesto.it/ (Lucia Tozzi, 07/04/2007)